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Un carissimo amico, qualche anno fa mi regalò una copia di “Il viaggio di Joelle” (Roundrobin, 2005) di Vanessa Sacco, autrice che a quel tempo era come me una sconosciuta e con cui condividevo (e condivido) la mania di inventare storie.

E’ il racconto di un viaggio che prima di essere una partenza per un luogo, è un viaggio interiore. La nostra protagonista ha subito la dolorosa perdita della madre e la sofferenza di questo vuoto risveglia in lei tanti altri dolori rimasti sospesi nel tempo.

Nelle prime 100 pagine viaggiamo nel passato della protagonista (e voce narrante) che ci lascia briciole sparse di passato più remoto per comprenderne le radici, la storia, l’origine; e passato più prossimo per spiegarne lo stato d’animo e prepararci al viaggio reale che stata invitata a compiere.
Forse c’è ostinazione in alcuni punti nel tono triste, malinconico, annoiato e sfiduciato scelto dall’autrice. E questo rischia di appesantire la lettura. Ma ci sono molte riflessioni interessanti, molti spunti relativi a tante tematiche che creano comunione tra autrice il lettore, grazie anche alla scrittura onesta e priva di filtri.

Il libro è diviso in tre parti. La prima racconta del presente. La seconda ci riporta in un passato che pensiamo subito riguardi la nostra protagonista, e questo rischia di far sentire il lettore un po’ disorientato, perché alcuni dettagli rivelati in questa parte contrastano con quelli precedenti; allora si inizia a comprendere che a parlare non è la protagonista che abbiamo conosciuto nelle pagine precedenti. Qui la voce narrante cambia e la storia inizia a diventare più intrigante e tenera. Le voci che raccontano prima e seconda parte sembrano opposte, due punti messi uno di fronte all’altro: la prima matura malinconica segnata, la seconda ingenua incerta inconsapevole di sé e passiva verso la vita, almeno fino a che non conosce un particolare del suo passato che la muove ad agire. Due voci che condividono più di quello che pensiamo a primo impatto; due voci che si completano e spiegano il senso di quella che è la vita di entrambe.

La terza parte sembra aggiungere mistero e allontanare il momento dei chiarimenti. Essa diventa congiunzione fra le due precedenti e ci permette di iniziare a comprendere l’intreccio. I capitoli che compongono questa parte portano i nomi di luoghi e città, quasi come se ad ognuno di essi appartenesse uno dei personaggi; come se ogni personaggio si identificasse con il luogo che vive. Ognuno di essi è un viaggio.

Si distinguono, quindi, tre voci narranti diverse, tre vite che si intrecciano senza mai incontrarsi; legate senza nemmeno sfiorarsi.

Sì, confesso di essermi sentita disorientata in più punti ma non posso negare che l’intreccio elaborato è costruito bene. Non c’è una chiarificazione evidente nella conclusione, il finale risulta aperto a tante opportunità che rincuorano il lettore dopo pagine di malinconia. E la malinconia non è un difetto del libro è solo una conseguenza del difficile viaggio interiore che fanno i personaggi e che inevitabilmente deve fare anche lettore con se stesso.

 

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