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Oggi risponde a bruciapelo Ludovica Ricceri, autrice di “Ricordami che non si dorme” uscito lo scorso 20 novembre per Le Mezzelane Casa Editrice.

Un luogo, una melodia, un momento della giornata, una persona: chi è la tua musa?

Solitamente la mia ispirazione nasce da piccolissimi momenti. La mia è una scrittura molto personale, piena di immagini appartenenti alla mia stessa quotidianità. Ho scritto “Disastri” quando, dopo essere andata a dormire alle sei del mattino, sono stata buttata giù dal letto due ore dopo dall’operaio che doveva aggiustare la finestra. Da qualche giorno si rompeva tutto in casa mia, allora ho deciso di giocarci un po’ e di interpretarlo come la rappresentazione della mia vita in quel momento. Sicuramente, tra le cose da aggiustare quella mattina c’era il mio umore ed ecco in mio soccorso quelle quattro tazze di caffè con cui, disperatamente, ho cercato di rimediare. Dunque non posso convogliare tutto ad una singola musa e devo dire di esserne molto felice. Mi piace molto sperimentare a partire da ogni sorta di dettaglio.

Cosa provi fisicamente durante il processo creativo, dal momento in cui nasce l’idea, al momento della stesura?

Come ho già detto, la mia poesia nasce dalle mie giornate. Dunque è proprio un atto spontaneo: apro il diario, prendo la penna e riporto quello che sento in quell’istante. E lo faccio in modo stranamente ordinato. Probabilmente è proprio attraverso quella pagina che cerco di dare ordine alla confusione che invece mi caratterizza. Quando poso la penna sento che tutto è al proprio posto, ma che ho ancora la possibilità di tornare indietro e di spostare qualcosa. Mi sento sempre meglio. Inoltre, ciò che scrivo, prima di diventare una poesia è essenzialmente destinato a me, come se fosse una pagina di diario. Dunque è un modo per mettermi davanti a me stessa, chiarirmi le idee, chiedermi: “Guarda cosa è successo. E ora cosa pensi di fare?”

La passione per la scrittura è più un dono o una maledizione?

Non me lo sono mai chiesta così esplicitamente, forse perché si tratta di una domanda che fa paura. Direi che amare qualcosa, qualsiasi cosa, possa essere considerato un dono e al contempo una maledizione terribile. Per quanto mi riguarda è la stessa cosa per la scrittura, visto che si tratta senza ombra di dubbio di un amore spietato.

Per info e acquisto http://www.lemezzelane.altervista.org/ludovica-ricceri-beatrice-schivo.html

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